La vana ribellione di Luigi d'Este
 

Il Cardinale Luigi d'Este, di ritorno da uno dei suoi frenetici soggiorni nella sfarzosa Villa di Tivoli, aveva provato il desiderio di rifugiarsi a Sabbioncello, nella quiete distensiva della Mensa.
Quel giorno il silenzio era particolarmente greve: l'aria statica ed afosa, il cielo di piombo ed il brontolio di tuoni lontani lasciavano presagire un temporale.
Nel sopore della siesta gli tornarono alla mente perduti ricordi, fra questi uno, in particolare, che associava al luogo e che, ormai avanti negli anni, era riuscito a sbiadire ma non a rimuovere.
Quel lontano giorno di agosto era giunto da Ferrara accompagnato dal padre, il Duca Ercole II e dallo zio, il Cardinale Ippolito II.
Gli staffieri giocavano ai dadi bivaccando nella frescura della loggia.
All'improvviso il vociare, proveniente dal piano nobile, si fece più concitato e il tono alterato di suo padre non preparava nulla di buono: da fuori non si distingueva il senso delle parole ma si capiva quanto il Duca fosse seriamente irritato.
Alla voce di Ercole si unì quella di Ippolito, molto dura, severa, rivolta al giovane nipote allora sedicenne.
Era ora che mettesse la testa a partito assumendo un comportamento rispettoso per quell'abito talare che, seppur di malavoglia, aveva iniziato ad indossare e, alla fine, che si rassegnasse al ruolo a cui era stato destinato per motivi di carattere dinastico.
E poi la frequentazione di quel cugino dissoluto, il giovane Marchese Gonzaga, non gli era certo di buon esempio, anzi, appena rientrati a Ferrara, bisognava rispedirlo a Mantova con il suo codazzo di giovinastri perditempo.
A questo punto Luigi d'Este, fatto vescovo a soli quindici anni contro la propria volontà, lui, così esuberante, amante di feste e frivolezze, ebbe un moto di ribellione.
Cominciò a strepitare e le sue urla di protesta riecheggiarono sulle pareti della Mensa.
Non voleva indossare quella veste talare, si rifiutava di parlare in latino come gli era stato imposto e riteneva estremamente ingiusto essere privato della compagnia di parenti e amici.
Lo comprendeva solo sua madre, Renata di Francia, che infatti disapprovava apertamente questa costrizione.
Luigi non aveva la vocazione, era attratto dai piaceri del mondo e non gli importava la carriera ecclesiastica anche se gli si prospettava fastosa e ricolma di prestigio.
Rimbalzarono minacce ed invettive e, ben presto per portar ordine nella condotta distorta del giovane principe ribelle, i famigliari non esitarono a passare dal diverbio alle mani.
Le botte domarono solo in apparenza il povero Luigi che, rassegnato alla ragion di Stato, intraprese la sua carriera ecclesiastica con animo ostile e colmo di acredine.
Il suo risentimento si accentuò, poi, nel constatare che un colpo ricevuto nell'occhio sinistro l'aveva reso strabico e senza alcuna possibilità di rimedio.
Ora, a distanza di trent'anni, ricordava ma con distacco, quasi non fosse lui il protagonista di quella lontana vicenda.
Frattanto il brontolio del tuono si era affievolito fino a scomparire e la pioggia cominciò a cadere, portando un poco di ristoro in quella calura pomeridiana.
Cacciati i cattivi pensieri, cercando nel ricordo la serena armonia delle fontane sonore di Tivoli, il Cardinale Luigi si assopì.